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Propolis: a difesa della città. La parola propoli, che probabilmente è stata coniata da Aristotele, deriva dal greco pro davanti e polis città, quindi unendo le due parole abbiamo propolis: davanti alla città, da intendersi come a difesa della città. Questa spiegazione preannuncia le proprietà di questa sostanza, conosciuta fin dall'antichità. Il propoli è stato utilizzato come medicinale fin dal tempo degli Egizi i quali utilizzavano questa sostanza, come vedremo nei successivi articoli, anche per mummificare i corpi dei defunti. Purtroppo il propoli, o la propoli (in italiano possiamo scriverlo sia al femminile che al maschile), è rimasto sconosciuto fino al secolo scorso, secolo nel quale si è riscoperto e studiato con basi scientifiche. Il propoli è composto principalmente da resine e cera d'api. Il colore ha una variabilità consistente in funzione del clima e della flora. Normalmente più rimane nell'arnia e più il colore tende ad essere scuro. A temperature di 70°C / 100 C° diventa liquido, mentre con il gelo diventa friabile. Con temperature moderate, intorno ai 35°C, il propoli è morbido e pastoso. L'odore è molto caratteristico e viene dettato dalle resine e dalla cera che le api utlizzano per sintetizzarlo. Queste sono nozioni di base per introdurvi nell'affascinante mondo di questa sostanza naturale che, purtroppo, tutt'oggi molti non conoscono. Ma come viene raccolto il propoli? Abbiamo detto che è una miscela di resina e cera d'api e molti credono che le resine che compongono il propoli siano raccolte direttamente dalle api nel mondo vegetale. La storia di questa sostanza, cominciata nuovamente nel secolo scorso, è tuttavia articolata e conseguentemente sono state elaborate diverse teorie sul come le api facciano ricorso ai suoi costituenti di base.
La teoria della raccolta diretta di resine dal mondo vegetale non è infatti l'unica: nel 1907 un ricercatore tedesco, Kustenmacher (Propolis. Beruchte der Beautacher Geseuschaft), propose la teoria secondo la quale il propoli provenisse direttamente dai granuli di polline raccolti dalle api bottinatrici. Kustenmacher credeva che le api sintetizzassero il polline in un particolare tratto dell'intestino in cui i granuli si gonfiavano a raggiungere cinque volte la loro dimensione originale in conseguenza dell'assorbimento d'acqua. A mano a mano che i granuli si aprivano avrebbero rilasciato una sostanza, che, secondo Kustenmacher, veniva usata per nutrire le giovani api, mentre gli involucri dei granuli venivano successivamente trasformati in una sostanza escreta. Questa escrezione sarebbe stata poi misceltata con altre sostanze, fra cui cera, per darne la propoli.
Le moderne tecniche di analisi chimico-fisiche non hanno però confutato la teoria del Kustenmacher, anche se si provò che le api erano in grado di produrre propoli anche non bottinando resine, ma solo polline. Oggi la teoria più accettata è quella di Rosch il quale osservò, sempre nel secolo scorso, che le api staccavano piccole porzioni di resina dagli alberi che successivamente sarebbe state ulteriormente frammentate. Questa resina veniva poi ridotta in granuli e questi ultimi venivano applicati nell'alverare. Una ultima teoria è quella di Phillip che intorno al 1930 propose una teoria combinata tra quella di Kustenmacher e quella di Rosch. Phillip pensò che vi fossero due tipi di propoli: l'uno prodotto come descritto da Kustenmacher e l'altro come descritto da Rosch.
La differenza era solo qualitativa: il propoli proveniente dalla sintetizzazione del polline aveva un utilizzo più importante dal punto di vista sanitario. Questo propoli veniva utilizzato per sterilizzare le celle di covata in cui la regina deponeva le uova, mentre il propoli proveniente dalle resine veniva utilizzato come materiale da costruzione all'interno dell'alveare. Purtroppo sono necessarie altre ricerche per validare l'una o l'altra teoria. Il propoli rimane comunque una sostanza che desta molta curiosità.
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